VA' PENSIERO CON IL CORO DEL TEATRO LA FENICE
02.07.2020

 “Va’ pensiero sull’ali dorate”: così cantano gli ebrei che lavorano rassegnati sulle sponde dell’Eufrate, lontani dalla loro terra. Siamo nella scena quarta della Parte terza (La profezia)  di Nabucodonosor.  Nabucco – come diciamo noi –  fu l’opera che consacrò la carriera del giovane Giuseppe Verdi: andò in scena nel 1842 al Teatro alla Scala e nello stesso anno inaugurò la stagione al Teatro La Fenice (26 dicembre).

 

 

 

Questa pagina corale, con le quattro voci (soprani, contralti, tenori, bassi) all’unisono, originalissima rispetto agli altri modelli impiegati nel teatro musicale coevo, assolve un ruolo importante dal punto di vista drammatico ed à strettamente articolata con la successiva profezia del  Gran Sacerdote Zaccaria.

Eseguita da sola, nella sala da concerto, o come oggi ce la offre il Coro del Teatro La Fenice – ancora lontano dal suo palcoscenico – questa pagina verdiana ci riporta inevitabilmente all’interpretazione patriottica che ne è stata data. In maniera significativa questo avvenne dopo Unità d’Italia (1861), quando,  finite le battaglie,  il “Va pensiero“ divenne il simbolo di tutto il periodo risorgimentale ed entrò a far parte della nostra memoria collettiva.

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Cliccando questo video potrai seguire il “Va’ pensiero” nella Lingua dei segni (L.I.S.) Lis performer Nicola Noro 

 

BOX

Così raccontò Giuseppe Verdi all’amico ed editore Giulio Ricordi, nel 1879: “Rincasai e con un gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomi ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo sul tavolo stesso si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissano la pagina che stava a me innanzi e mi si affaccia questo verso: Va’, pensiero, sull’ali dorate. Scorro i versi seguenti e ne ricevo una grande impressione, tanto più che erano quasi una parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi dilettavo sempre. Leggo un brano, ne leggo due: poi, fermo nel proposito di non scrivere, faccio forza a me stesso, chiudo il fascicolo e me ne vado a letto!… Ma sì… Nabucco mi trottava pel capo!… Il sonno non veniva: mi alzo e leggo il libretto, non una, ma due, ma tre, tanto che al mattino si può dire che io sapeva a memoria tutto quanto il libretto di Solera. Con tutto ciò non mi sentivo di recedere dal mio proposito, e nella giornata ritorno al teatro e restituisco il manoscritto a Merelli. – Bello, eh?… – mi dice lui. – Bellissimo. – Eh!… dunque mettilo in musica!… – Neanche per sogno… non ne voglio sapere. – Mettilo in musica, mettilo in musica!… E così dicendo prende il libretto, me lo ficca nella tasca del soprabito, mi piglia per le spalle, e con un urtone mi spinge fuori dal camerino non solo, ma mi chiude l’uscio in faccia con tanto di chiave. Che fare? Ritornai a casa col Nabucco in tasca: un giorno un verso, un giorno l’altro, una volta una nota, un’altra volta una frase… Poco a poco l’opera fu composta”. (La conversazione è riportata in ARTHUR POUGIN, Giuseppe Verdi. Vita aneddotica, Milano, Regio Stabilimento Musicale Ricordi, 1881)

 

CURIOSITA’: Va’ pensiero da salotto

Giuseppe Verdi regalò ad un’amica aristocratica – forse proprio per un esecuzione privata in salotto – una trascrizione del Va pensiero sull’ali dorate per solo coro a quattro voci. L’autografo è ora conservato a Milano, Museo del Teatro alla Scala.  E se è vero che il compositore stesso aveva regalato ad un’amica aristocratica la trascrizione per sole voci del coro, è altresì certo che aveva scritto sul retro del foglio la trascrizione per sole voci di quella sorta di Te Deum che è «Immen- so Jeovha», considerando cioè entrambi i cori come delle preghiere. Insomma, proprio il brano che Verdi aveva concepito per essere fruito in massimo grado come ‘arte’ finisce oggi per essere recepito soprattutto per il suo significato extramusicale di vessillo o addirittura di slogan. Non resta che invidiare i pubblici stranieri, che ignorando i fiumi d’inchiostro versati in Italia su questo coro, possono godersi «Va pensiero» per quello che è: una magnifica e toccante pagina di musica teatrale. 

 

Verdi e il Risorgimento

Su «Va pensiero» si sono così accumulati eccezionali significati, indipendenti dalla musica: il coro è diventato presto una sorta di monumento nazionale, la pagina verdiana più significativa e popolare. Questa posizione privilegiata è dovuta al suo legame con il Risorgimento, con un’epoca di esaltazione ideale collettiva e di lotte gloriose: che ebbero infatti la loro stagione culminante proprio negli anni in cui Verdi si affermò nel mondo teatrale italiano. «Va pensiero» sarebbe dunque il grido di dolore di un’intera nazione che aspira alla libertà, e Verdi il nume tutelare di questa epica stagione. 

Gli studi più recenti, in realtà, hanno mostrato come l’idea del ‘vate del Risorgimento’ trovi scarse conferme sia nella biografia politica di Verdi sia nell’utilizzo effettivo della sua musica negli anni risorgimentali. Il mito che si è creato è andato ben oltre la realtà dei fatti. Ma è un mito assai tenace e radicato se, nell’Italia tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, persino anarchici, socialisti e braccianti agricoli utilizzarono i cori verdiani – tra gli altri, «Va pensiero» e «Si ridesti il Leon di Castiglia» – per dare una veste musicale ai loro inni di protesta.  (tratto dal programma di sala Fenice Nabucco 2008)

 

Il Coro del Teatro La Fenice è una formazione stabile i cui componenti sono selezionati con concorsi internazionali. All’impegno nella programmazione operistica del Teatro esso ha affiancato una crescente presenza nel repertorio sacro, sinfonico e cameristico. Oggi costituisce un punto fermo anche nella programmazione sinfonica della Fenice e svolge attività concertistica in Italia e all’estero sia con l’Orchestra della Fenice che in formazioni autonome o con altri complessi orchestrali. Nell’ultimo dopoguerra ne hanno curato la quotidiana preparazione Sante Zanon, Corrado Mirandola, Ferruccio Lozer, Giovanni Andreoli, Guillaume Tourniaire, Piero Monti, Emanuela Di Pietro attualmente Claudio Marino Moretti. 

Tra i direttori con i quali il Coro ha collaborato si annoverano Abbado, Ahronovitch, Chung, Clemencic, Dantone, Ferro, Gardiner, Gavazzeni, Inbal, Maazel, Marriner, Muti, Prêtre, Santi, Sinopoli, Tate, Temirkanov, Thielemann. Il repertorio spazia dal XVI al XXI secolo. Fra le incisioni discografiche ricordiamo Il barbiere di Siviglia con Claudio Abbado e Thaïs di Massenet con Marcello Viotti. Fra i più significativi impegni recenti, l’Oratorio di Natale e la Messa in si minore di Bach con Riccardo Chailly e Stefano Montanari, il War Requiem di Britten con Bruno Bartoletti, la Messa da Requiem di Verdi con Myung-Whun Chung, le prime esecuzioni assolute del Requiem di Bruno Maderna, del Killer di parole di Claudio Ambrosini con Andrea Molino e di Aquagranda di Filippo Perocco, Intolleranza 1960 di Luigi Nono e Lou Salomé di Giuseppe Sinopoli con Lothar Zagrosek e due concerti monografici dedicati ad Arvo Pärt e a Ives, Cage e Feldman con Claudio Marino Moretti.


Photo ©Michele Crosera

con la collaborazione di

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